Riflessioni su fede e libero arbitrio

23.09.2017 21:48

Filmato   :   Libero Arbitrio Fato Destino  

di Leonardo Maria Pompei

SPERANZA DI  CONVERSIONE all'ultima ora

Link  a  Parabola degli operai mandati nella vigna (Mt.20,1-16) 

(P. Antonio Garofalo, fam) Dal sito collevalenza.it

L’Infinito, cioè Dio, può essere vagamente percepito in questa vita solo con la Fede. Se questa non fosse necessaria per noi, vorrebbe dire che ciò in cui crediamo è qualcosa che fa parte del nostro mondo “finito”, mentre Dio è realtà infinita, che per essere creduta, presuppone appunto la Fede. La Creazione, nella sua immensa, ma pur sempre “finita” magnificenza, testimonia l’esistenza di Dio, che però non può essere identificato con essa, perché Dio, essendone l’Autore, è ancora infinitamente più grande.

Il Dio di Gesù Cristo non si può incontrare quando si vuole, perché è Lui che si lascia incontrare nei tempi di grazia da Lui stesso predisposti per ogni uomo; per questo il padrone della vigna non è sulla piazza continuamente. Il Dio di Gesù Cristo dispone dei tempi di grazia e si lascia trovare dall'uomo solo quando vuole Lui. Questo è il senso teologico della presenza discontinua sulla piazza del mondo del padrone della vigna. La presenza del padrone non è dunque stabile né prevedibile: passa quando dice Lui, e invita quelli che vuole a seguirlo. 

Viene subito ribadita una grande verità: Dio è alla ricerca dell’uomo, è bello immaginare questo padrone che tutto il giorno si aggira per cercare operai per la sua vigna. Contempliamo il mistero di questo "cercare". La bibbia ci invita molte volte a cercare il Signore, ma questa parabola ci mostra, invece, un Dio che cerca l’uomo e lo invita a un rapporto di collaborazione, lo chiama ad una alleanza eterna. Questo atteggiamento di Dio, ha sempre meravigliato la Madre Speranza, così scriveva nel suo Diario: "Ma che conforto può trovare il Buon Gesù dal nostro amore? Perché viene sempre dietro di noi come un povero mendicante? Non si rende conto che noi non sappiamo rispondere in altro modo che con disgusti, grossolanerie e infedeltà? Mi confonde ogni giorno di più la pazienza, l'amore, la carità di questo buon Padre..." (Diario, 19.12.1953).

Il Signore Gesù, padrone della casa e della vigna, esce ripetutamente per chiamare e inviare; all’alba, alle nove, a mezzogiorno, alle tre del pomeriggio, alle cinque, quando ormai la giornata è alla fine. Lui non si stanca: viene a cercarmi, per offrirmi il suo amore, la sua presenza, per stringere un patto con me. Lui desidera donarmi la sua vigna, la sua bellezza. Quando ci incontreremo, quando Lui fissandomi, mi amerà, io cosa gli risponderò? Mi rattristerò, perché ho molti altri beni? Gli chiederò di considerarmi giustificato, perché ho già preso altri impegni? Oppure gli dirò: "Sì sì" e poi non andrò ? Sento che questa parola mi mette in crisi, mi scruta fino in fondo, mi rivela a me stesso,rimango sgomento, impaurito della mia libertà, ma decido, davanti al Signore che mi sta parlando, di fare come Maria e dire anch’io: "Signore, avvenga di me quello che tu hai detto" con umile disponibilità e abbandono.

E’ il messaggio "eterno" che Gesù Cristo ci ha lasciato, ossia che Dio ci cerca con amore instancabile fino ad arrivare paradossalmente a non essere felice senza di noi; Dio ci ama e pur sapendo che possiamo anche rifiutare questo amore non ci abbandona mai, ma ci tiene in vita anche nel momento in cui peccando ci ribelliamo a Lui. Noi possiamo essere felici solo se accettiamo e riconosciamo la nostra dipendenza in Dio unico vero bene; il nostro unico interesse deve essere solo e soltanto compiere la volontà di Dio anche se non la vediamo, anche se ci costa, anche se non la comprendiamo. Gesù ci ha svelato il volto di Dio che non è quello di un giudice ma di un Padre amorevole, che ha creato l’uomo per farlo partecipe della sua felicità, della sua stessa vita.

Veramente quanta tenerezza e premurosa attenzione troviamo in Dio per l'uomo, un Dio che è "un Padre e una tenera Madre". Il Dio dei cristiani è dunque un Dio che si fa Uomo e si mette alla ricerca dell'uomo. La misericordia di Dio viene incontro alla miseria umana perché, l'intento di Dio è quello di indurre l'uomo ad abbandonare le vie del male, nelle quali tende ad inoltrarsi sempre più. Il Signore ci ama non perché noi meritiamo qualcosa, ma perché Lui è buono, ci ama perché lui è fedele, perché è l’Amore infinito.

Questo aspetto carismatico ci chiama però ad una grande responsabilità, quella di non essere "invidiosi" di tanto amore e di tanta grazia. La Madre è molto attenta nel chiarire questa dinamica quando evidenzia: "Gli operai nel ritirare la paga mormoravano dicendo: "Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hanno trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e del caldo". Quelli che parlano così, figlie mie, sono quegli operai vecchi e mediocri che lodano le proprie cose e disprezzano quelle dei giovani, sebbene questi ultimi siano più perfetti. Essi credono di meritare una maggiore ricompensa perché considerano solo il tempo che portano, e non la perfezione delle opere. Non considerano che Dio dà al fervore con cui si compiono le opere una ricompensa tanto grande da provocare l'invidia dei giusti e dei beati, se questi potessero provare invidia."

Anche noi spesso simuliamo nella nostra vita questo comportamento invidioso, uguale a quello del fratello maggiore della parabola del figlio prodigo, quella durezza di cuore a cui giunge il primogenito che non gli consente di entrare in sintonia con il cuore del padre e di prendere parte alla festa d'amore che è appena stata allestita per il figlio tornato a casa. Questo è l’atteggiamento di molti di noi che rimangono nella casa del Padre e si ritengono giusti, che si credono a "posto" perché forse vanno a messa o magari perché si sentono dentro la Chiesa. La relazione che invece dobbiamo riuscire ad avere con Dio deve essere basata su un rapporto di amore, non di osservanza formale.

C’è una tristezza in noi che nasce dalla constatazione della felicità altrui, reale o presunta che sia: è il desiderio di avere noi, qui e subito, la "roba" degli altri, anche se a volte si vorrebbe semplicemente che l’altro non avesse quei beni, quelle caratteristiche, quei determinati doni. Più in profondità, l’invidia è un "sentimento"che consiste nel paragonarsi automaticamente agli altri, nell’incapacità personale di ammettere con gratitudine i doni rispettivi di cui ciascuno è dotato.

L’amore non è invidioso, e questa pagina di vangelo ci racconta proprio come l'amore divino trasgredisca la logica da "supermercato" in nome di una generosità che si dona e fa credito anche a chi non ha diritti. L'invidia insidia l'amore distogliendo lo sguardo da Colui che è buono per concentrarlo sul guadagno che da lui si può trarre. Preoccupati di guadagnare, i lavoratori invidiosi stabiliscono un contratto, in modo da cautelarsi contro l'ingiustizia del padrone. La relazione che intrattengono con lui è regolata dalla logica del do ut des, a prestazione corrisponde proporzionale ricompensa.


”Beati i poveri di spirito perché di essi è il Regno dei Cieli” (Mt V,3).

Per povertà di spirito devesi intendere non già quella sorta di quasi ebetudine con la quale il mondo l’identifica, bensì la santa disposizione della creatura nel suo nulla verso il Tutto del Creatore, disposizione che riproduce, in misura microscopica, l’infinito rapporto d’amore che lega tra loro le Tre Persone della SS. Trinità. 

La Fede è un dono che Dio desidera ardentemente dare ad ogni essere umano che, dopo averlo umilmente chiesto, umilmente si predispone a riceverlo.  Essa è l’indispensabile "legame" dell'uomo finito con il nostro Dio infinito. Senza la Fede, Dio è un non senso, come un non senso sarebbe voler fare entrare una montagna dentro casa propria. Le varie forme di divinità che l’uomo per lo più si è creato nel corso dei millenni e che non richiedono sostanzialmente alcuna fede, sono, nel migliore dei casi, proiezioni del suo io, nel peggiore, differenti facce più o meno truccate del Demonio, che, facendosi passare per Dio, cerca da sempre e invano, di soddisfare il proprio disperato delirio di onnipotenza. Nell’altra vita non esiste il tempo. Quando con la morte lascerà il corpo,  la nostra anima entrerà in una dimensione, l’Eterno Presente, tanto  inimmaginabile quanto reale. Il tempo è una emanazione dell’Universo materiale di cui facciamo parte. Per esso nasciamo, cresciamo, in una successione di tempo, appunto, scandito dalla rotazione degli astri, fino al declino e alla morte.  L’anima, creata direttamente da Dio, pur avendo un  inizio nell’istante in cui il nuovo essere umano destinato ad accoglierla è stato concepito, non avrà mai fine. Solo questo pensiero dovrebbe farci tremare e spingerci a serie e salutari considerazioni. La morte, pertanto, ha un’importanza capitale perché da essa dipende la nostra eternità, così come, in scala infinitamente minore, l’esame finale è decisivo per lo studente che aspira al titolo di studio. La fine della vita è così importante che dovrebbe essere sempre al centro delle nostre preoccupazioni.

La libertà è strettamente legata all’amore. Anche nella limitata dimensione terrena non esiste amore autentico senza libertà. Nella dimensione soprannaturale questo principio è assoluto. Dio ci ha creati per amore e desidera, per il nostro bene, che al Suo Amore rispondiamo col nostro amore. Dio, in Sé, è già sovrabbondante di gioia, e tuttavia all’uomo è concessa l’esaltante possibilità di aumentarla, ogni qualvolta risponde, sempre liberamente, al Suo amore. Dio, nella Sua assoluta, inimmaginabile umiltà, mendica quasi l’amore degli uomini. Non tanto per Sè, quanto per renderli partecipi della Sua indescrivibile felicità. Il fatto che Lucifero, la creatura più bella, intelligente e potente uscita dalle Sue mani, Gli abbia, praticamente da subito e con perfetta lucidità, voltato le spalle scegliendo di diventare la personificazione del male, cioè dell’obbrobrio quasi, in forza del suo essere creatura, assoluto,  è in massima parte un mistero  e  al tempo stesso la prima, lampante prova di libertà e dell’incredibile rispetto che Dio ha di essa. Di libertà, comunque, falsa giacché, opponendosi a Dio, principio di ogni libertà, diventa paradossalmente la peggiore delle schiavitù: quella del proprio io. A questo punto qualcuno potrebbe pensare, sfiorando quasi la bestemmia, che Dio, col libero arbitrio, ci abbia quasi teso un tranello. Neanche per sogno. Noi siamo, fino a prova contraria, creature e come tali, dipendenti dal Creatore. Se ci fossimo creati da soli, saremmo così potenti da poter ritornare, se lo volessimo, addirittura nel nulla: ipotesi peraltro palesemente assurda, giacché nel voler annullare la propria esistenza, lo spirito-uomo compirebbe un atto di volontà che vieppiù la confermerebbe. In questo mordersi continuamente la coda consiste, io credo, il parossistico tormento di Lucifero, da cui scaturisce il furibondo e al tempo stesso lucido, freddo, calcolato odio verso Dio e verso l’umanità, causa indiretta della sua rovina: voler tornare nel nulla come massimo atto di negazione di "Dio Essere Assoluto" (il biblico “Io sono”), nonché di affermazione della propria indipendenza, e accorgersi di ribadire all’infinito, con questo stesso atto di volontà, la propria esistenza totalmente dipendente da Dio, origine di ogni esistenza. La libertà che Dio ci ha dato, pur essendo il massimo che poteva darci, è e rimane pur sempre relativa, giacché Dio solo è Assoluto. Non possono coesistere due o più assoluti. Solo un plurianalfabeta potrebbe ipotizzare un simile non senso. Noi siamo relativi, ma Dio ci ha dato una libertà tale che, per affermare la propria orgogliosa indipendenza da Lui, c’è (e pare siano i più) chi sceglie l’Inferno. Qualcuno potrebbe obiettare che nessuno sia così pazzo da scegliere un destino così orrendo, ma se a costui si dicesse che scegliere di trasgredire sistematicamente uno o più dei dieci comandamenti, significa in ultima analisi, scegliere l’Inferno, risponderebbe, nel migliore dei casi, con una scrollata di spalle. Di più Dio non poteva fare perché Lui solo è Dio, e Dio è, per sua stessa definizione, Unico. È vero che siamo potenzialmente destinati al faccia a faccia della visione beatifica, a diventare, come dice la Scrittura, altri dèi, ma non a sostituirci a Dio; e questo, non perché Dio sia geloso, ma perché è impossibile che possano esistere due o più Assoluti. Sarebbe una  contraddizione in termini, che anche un bimbo capirebbe. Gesù ci ha svelato il vero volto di Dio che è essenzialmente Amore. L’Onnipotenza, l’Onniscienza, persino la Giustizia, che maggiormente colpiscono il nostro spirito povero, guarda caso, di amore, hanno la loro radice sempre nell’Amore,  di cui sono, a suo confronto , emanazioni quasi secondarie. Dio, in quanto tale, conosce perfettamente Se stesso. Nessuno conosce Dio come Dio conosce Se stesso. Di conseguenza, non può che glorificare Se stesso, perché nessuno come Lui sa di essere l’unico degno di gloria. 

Due sono i tipi di disubbidienza: La prima: santa, è quella che si oppone a satana e alle sue pompe, la seconda: malvagia, è quella che si oppone a Dio e alle sue leggi d’amore. Il Peccato originale è il primo atto umano di disubbidienza malvagia. Prima di esso, lo spirito dell’uomo dominava senza fatica e difficoltà la materia. Con esso si è prodotta una catastrofica  inversione, di modo che da allora lo spirito non domina più la materia, ma è questa che domina (anche solo tendenzialmente) lo spirito. La materia, rappresentata dal nostro corpo, mirabile sintesi del Creato, è retta da due istinti primordiali: quello della conservazione della specie il cui abuso genera il vizio capitale della lussuria e quello della conservazione di sé il cui abuso genera il vizio della gola. Dei due, il più potente perché più sacro è certamente quello legato alla procreazione, perché con esso l’uomo è direttamente associato al divino potere creativo. Per questo suo carattere di sacralità profanata, la lussuria risulta particolarmente scandalosa, persino agli occhi (peraltro ipocriti) dei materialisti più incalliti, perché l’animo umano avverte nelle sue profondità, il tremendo contraccolpo dei crimini che essa provoca, giacché colpiscono al cuore l’Autore stesso della vita. Pertanto, il capovolgimento prodotto dalla Colpa originale ha la sua massima e più dissacrante ripercussione nell’istinto in sé più sacro, al punto che generalmente si identifica il peccato con la impudicizia che, assieme alla gola, è sempre presente in una vita sregolata, cioè non autenticamente centrata su Dio. Credo non sia sbagliato ritenere il Peccato originale un peccato di lussuria, che da spirituale, è diventata ipso facto materiale. Ciò spiega l’esaltazione tipicamente cattolica, della Verginità di Maria in particolare e della castità in generale, in antitesi con la lussuria di Lucifero e dei suoi seguaci. La lussuria, nelle sue molteplici e spesso aberranti manifestazioni, occupa sempre un posto di primissimo piano nelle religioni pagane del passato e in quelle occulto-esoteriche del presente praticate dalle élites mondialiste e dai loro principali collaboratori; nelle religioni cioè, ispirate da Lucifero, principio e Principe della lussuria. Gesù ha ripristinato l’Ordine creato da Dio col Suo Sacrificio, che anche in questo caso, deve essere liberamente accolto e applicato alla nostra vita, per raggiungere lo scopo per il quale è stato consumato: la salvezza eterna delle nostre anime. Il Diavolo, con lo spauracchio della morte fisica introdotta appunto dalla Colpa originale, tiene in perpetuo scacco gli uomini alfine di portarli alla ben più ambìta (da lui, ovviamente) morte spirituale. Chi, infatti, non si preoccupa di approfondire la conoscenza di sé come creatura dotata di un’anima immortale, ottunde la propria intelligenza fino ad auto-convincersi che, dopo la morte, non ci sia praticamente nulla,  compromettendo seriamente la propria eternità

«Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt X,39). 

Tenuto conto che Dio dà a ciascun essere umano, fino all’ultimo, la possibilità di salvarsi, occorre tuttavia sottolineare i gravi rischi che corre chi fosse colto dalla morte con lo spirito totalmente immerso nella materialità (in senso anche lato) della vita, perché in mancanza di un sincero (e assai improbabile) pentimento, costui rimarrà in uno stato di perpetua corruzione (il verme che non muore) per i secoli dei secoli. Per farsi una (seppur pallida) idea della dannazione, si pensi a una persona condannata a vivere in un eterno presente, appesa a una croce, senza mai morire. L’anima del peccatore impenitente sarà inchiodata, per così dire, nel suo stesso peccato (che in vita non ha saputo o voluto crocifiggere), di cui scoprirà e capirà l’infinito orrore, per viverlo e riviverlo in un eterno, terrificante presente. In questa vita, l’essenza del peccato come infinita offesa a Dio, è nascosta sotto la coltre della nostra umanità decaduta, che come tale, ad esso addirittura appetisce. Con la morte, le maschere che noi stessi per lo più ci creiamo, cadono ad una ad una facendolo apparire agli occhi dell’anima, nello stesso orrore quasi, nel quale appare agli occhi purissimi di Dio. I Padri del Deserto, se non tutti, quasi tutti, furono, nella loro inconcepibile ascesi imperniata sul memento mori, campioni di longevità, oltre che di salute fisica e mentale. Parrà un controsenso, ma il pensiero della morte, con tutto quello che mette in moto, previene in linea di massima persino dalle malattie, a cominciare dalla demenza senile, perché dà alla mente lucidità e all’anima sapienza, senza le quali si scivola facilmente negli eccessi, che delle malattie sono le cause principali. Chi non pensa (o non vuole seriamente pensare) alla morte, è, per questo stesso motivo e a dispetto delle più seducenti apparenze, un disperato, (o comunque destinato ad esserlo), che cerca di tacitare le richieste profonde dell’anima con ogni sorta di occupazioni e distrazioni. Chi ha il dono della Fede, fosse anche più piccola di un granello di senape, offra spesso a Dio una preghiera, un sacrificio per questi autentici disgraziati, tanto più disgraziati quanto meno sanno di esserlo.

Il Purgatorio sembrerebbe smentire la tesi dell’Eterno Presente, ma non è così, perché l’anima, quando lascia il corpo nel quale ha “soggiornato” tutta la vita, è fissata nella salvezza o nella dannazione. Il Purgatorio fa parte della salvezza. In esso l’anima non può ancora godere della visione beatifica, a causa dei peccati non ancora espiati. Non può, ma soprattutto non vuole, perché stare davanti a Dio con la più piccola macchia è, a detta dei mistici,  un tormento paragonabile, se non superiore, all’inferno. Confermata nell’eterna salvezza e quindi in un (seppur penoso) anticipo di Paradiso, è ben felice di sostare tra le fiamme purificatrici del Purgatorio, per amore di sé, ma soprattutto di Dio, di cui ha per un attimo intravisto l’infinita santità e quindi l’immenso rispetto e amore che merita. La sosta nel Purgatorio non avviene in una successione di tempo, che nell’altra vita, come si è detto, non esiste, ma nell’intensità della sofferenza purificatrice, che varia in base all’entità del “debito da pagare.” Per esprimere qualcosa di questo specifico mistero, noi che siamo nel tempo dobbiamo necessariamente ricorrere alle categorie del tempo. Per cui il debito spirituale quantificato, ad esempio, in un milione di euro lo facciamo equivalere, nella sua intensità, a mille anni di sofferenza, il debito di mille euro a un anno e così via, tenendo  presente, come se non bastasse, che l’anima separata dal corpo soffre, nella sua nudità, con intensità tale da far saltare ogni umano parametro. Onde evitare (si spera) o quantomeno ridurre l’eventuale e probabile Purgatorio che ci attende, conviene spesso pensare alla morte e agire di conseguenza. Anche perché la sofferenza che questo pensiero procura e che generalmente respingiamo con comprensibile repulsione, ce la ritroveremo nell’altra vita, per giunta centuplicata. Il rifiuto aprioristico di considerare seriamente la morte denota, infatti, una lacuna (per non dire di peggio) nel personale rapporto con Dio, che prima o poi, o con le buone (in questa vita) o con le cattive (nell’altra), occorre necessariamente colmare. Se valutiamo, anche alla luce di queste considerazioni, l’Occidente nelle sue radici cristiane, non si può non essere colpiti dalle gigantesche responsabilità di coloro che avrebbero dovuto impedire, ad ogni costo, la morte di Dio nel cuore di interi popoli, predisponendoli, con questo loro tradimento, all’eterna dannazione. C’è da immaginare, (non augurare, tantomeno sperare, anche se ognuno raccoglie ciò che in vita ha responsabilmente seminato, giacché solo un pluri-analfabeta dello spirito potrebbe augurare un simile orrore), che satana, accogliendoli nel suo regno di pianto e stridor di denti da spaccare le montagne, riservi a sepolcri imbiancati di siffatta specie, una speciale “ricompensa”, così come Dio Padre, Figlio, Spirito Santo riserva ai Suoi fedeli servitori, una ricompensa ancor più speciale, ma di segno diametralmente opposto. (Dalle Riflessioni di Raffaele De Filippo)